DORMENDO ATTIVA-MENTE

In considerazione di un apparente arresto delle funzioni mentali, in passato il sonno è stato paragonato, da alcuni, a una sorta di morte temporanea. Per altri esso costituiva al pari della veglia una forma particolare di attività mentale e come Amleto di Shakespeare, molti hanno identificato il sonno nel sogno, l’occasione dunque per sperimentare forme particolari di attività mentale e non come l’arresto temporaneo della vita. Nel 1900 Freud sviluppò ulteriormente questa concezione. Ne L’interpretazione dei sogni avanzò l’ipotesi che il sonno rappresentasse l’unico mezzo per analizzare le motivazioni inconsce. In un libro pubblicato nel 1913, che influenzò per alcune decadi la ricerca sul sonno, Henri Piéron definì tre caratteristiche del sonno: (1) è periodicamente necessario, (2) presenta un ritmo relativamente indipendente dalle condizioni esterne, (3) è caratterizzato dalla completa interruzione delle funzioni sensoriali e motorie che mettono in relazione il sistema nervoso centrale con l’ambiente circostante. Oggi sappiamo che la terza proprietà della definizione di Piéron non è esatta: l’isolamento dall’ambiente è lungi dall’essere completo anche negli stadi più profondi del sonno. Gli impulsi sensoriali provenienti dalla periferia riescono a raggiungere le aree corticali perfino durante il sonno e, di converso, i comandi motori corticali raggiungono i motoneuroni alfa del midollo spinale durante particolari fasi del sonno, anche se le efferenze dai motoneuroni vengono attivamente inibite. Il ciclo sonno-veglia è uno dei ritmi organici endogeni che sono sincronizzati con il ciclo giorno-notte. Non esiste un unico orologio biologico che regoli i ritmi circadiani dell’organismo. In assenza di condizioni di riferimento le varie funzioni ritmiche, come la temperatura, l’escrezione di urina e la secrezione di cortisolo, si desincronizzano reciprocamente ed assumono cicli diversi da quello sonno-veglia. Per esempio la temperatura corporea in generale ha un ritmo di variazione circadiano con un massimo nel tardo pomeriggio ed un minimo nel primo mattino, durante il sonno. In condizioni normali il ritmo sonno veglia e quello della temperatura corporea sono sincronizzati. Tuttavia in assenza di condizioni di riferimento la maggior parte delle funzioni vegetative seguono cicli più lunghi di circa 25 ore. Quindi allorquando il ciclo sonno-veglia assume una durata superiore a questo valore, i vari ritmi si desincronizzano ed assumono periodicità diverse. In passato, fino agli anni ’50, la teoria del sonno quale processo passivo ne ha condizionato le ricerche. Questa teoria sosteneva che il sonno fosse il risultato di una de-attivazione del sistema nervoso centrale per una insufficiente stimolazione esterna e pertanto il problema neurofisiologico principale era ritenuto quello dell’identificazione dei sistemi neuronali che mantenevano la veglia. Confrontata con la concezione semplicistica del sonno come condizione passiva, che rappresenta lo stadio più basso dello stato di vigilanza, l’idea del sonno che emerse negli anni ’50 e ’60 risultò rivoluzionaria. In quegli anni venne dimostrato che il sonno è un processo attivo, caratterizzato dal susseguirsi ciclico di diversi fenomeni psicofsiologici. Gli stadi del sonno notturno presentano una sequenza temporale relativamente prestabilita e vengono controllati da sistemi neurochimici diversi ma concatenati tra loro. Come vengono individuati e descritti?

Il metodo principale per determinare nell’uomo gli stadi del sonno è costituito dall’elettroencefalogramma (EEG).

L’EEG è la registrazione delle oscillazioni dell’attività elettrica cerebrale. Più specificatamente, esso è una misura del flusso di corrente extracellulare generato dalla somma delle attività di un elevato numero di neuroni. Nell’analisi dell’elettroencefalogramma vengono prese in considerazione le proprietà temporali (cioè la frequenza delle onde che lo compongono) e spaziali dei tracciati EEG. Sebbene le caratteristiche dell’EEG siano estremamente complesse e l’ampiezza delle onde possa variare considerevolmente anche entro brevi intervalli di tempo, in generale si osservano poche bande di ampiezze e frequenze dominanti. Esse vengono denominate onde alfa (8-13 Hz), beta (13-30 Hz), delta (0,5-4 Hz), theta (4-7 Hz), sigma (12-15 Hz).

 Le onde alfa sono generalmente associate a uno stato di veglia rilassata e si registrano meglio dai lobi parietali e occipitali. Le onde beta si osservano di norma a livello delle aree frontali, ma si possono registrare anche da altre regioni corticali, durante l’attività mentale intensa. Tra tutte le onde elettroencefalografiche sono quelle che hanno l’ampiezza minima. Le onde delta e theta compaiono durante il sonno dell’adulto normale e sono quelle di maggiore ampiezza. (Kandel, E.R., Schwartz, J.H. & Jessel, T.M.1991). Gli stadi 1-4 del sonno a onde lente sono caratterizzati da un’attività EEG di frequenza progressivamente più lenta e di voltaggio progressivamente crescente e corrispondono a livelli di sonno sempre più profondo. Quando una persona si addormenta l’EEG passa attraverso gli stadi 1-4 del sonno a onde lente nell’arco di 30-45 minuti poi ripercorre i medesimi stadi ma in ordine inverso nel medesimo tempo. Durante il sonno a onde lente i muscoli sono rilassati ma l’attività somatica non è del tutto assente, predomina l’attività parasimpatica. La frequenza cardiaca e la pressione sanguigna diminuiscono e la motilità intestinale aumenta. La soglia per il risveglio del sonno a onde lente è inversamente proporzionale alla frequenza delle onde EEG; perciò lo stadio 4 a onde delta è il più difficile da interrompere. Dopo circa 90 minuti dall’inizio del sonno si verificano bruscamente numerose modificazioni biologiche. L’EEG diviene desincronizzato, con attività rapida di basso voltaggio, simile ma non identica, a quella dello stato di veglia. Per tali ragioni questo tipo di sonno è stato variamente denominato: sonno paradosso, sonno attivo e sonno desincronizzato. Le registrazioni eseguite sugli animali da esperimento, mediante elettrodi posti all’interno del sistema nervoso centrale, hanno dimostrato che, mentre l’attività corticale è desincronizzata, l’EEG dell’ippocampo presenta un elevato grado di sincronizzazione con una frequenza delle onde di circa 4-10 Hz (onde theta). A livello dell’ippocampo si osserva un ritmo theta anche durante lo stato di veglia. Questa complessa condizione di attività cerebrale si accompagna a una considerevole diminuzione del tono di tutti i muscoli del corpo ad eccezione di quelli che controllano i movimenti oculari, gli ossicini dell’orecchio medio e la respirazione. Il soggetto diventa improvvisamente incapace di controllare la temperatura corporea, che comincia ad abbassarsi in direzione di quella ambientale. Le variazioni della temperatura corporea costituiscono una delle manifestazioni del considerevole grado di soppressione del controllo simpatico che si verifica in questa fase del sonno; un’altra manifestazione è il considerevole grado di contrazione della pupilla (miosi). Questa riduzione delle capacità di regolazione omeostatica è una caratteristica fondamentale di questo stadio del sonno (rif.9) 

Nel 1957 W. Dement e N.Kleitman dimostrarono che durante il sonno con EEG desincronizzato sono presenti movimenti rapidi oculari (rapid eye movements REM). Questo stadio di sonno attivo è pertanto denominato sonno REM. In realtà la maggior parte dei movimenti oculari che si hanno durante il sonno REM sono lenti e oscillanti; a questo sfondo di movimenti oculari si sovrappongono raffiche distinte di movimenti oculari rapidi. Questi movimenti rapidi degli occhi e la contrazione fasica dei muscoli dell’orecchio medio sono innescati da un’attività elettrica a raffica, che può venir registrata da diverse strutture del tronco dell’encefalo (regione dorso laterale del ponte, nuclei motori dei nervi oculomotore, trigemino e facciale), del talamo (corpo genicolato laterale) e delle cortecce visiva e uditive. Le onde monofasiche di forma appuntita che compongono questo tipo di attività elettrica si propagano dal ponte alle strutture più rostrali e sono state denominate punte ponto-genicolo-occipitali (PGO). Durante il sonno REM la soglia per il risveglio da parte degli stimoli provenienti dall’ambiente è aumentata; pertanto sulla base di questo criterio, il sonno REM risulta lo stadio più profondo del sonno. Molto importante è stato constatare che la maggior parte dei soggetti addormentati se svegliati durante il sonno REM riferisce che stava sognando (nel 74-95% dei casi) (rif.9).

Durante il sonno notturno tipico un adulto normale presenta periodi alterni di sonno REM e di sonno a onde lente (NREM); lo stadio REM si presenta a intervalli regolari, da quattro a sei volte per notte. Dopo il primo periodo REM, gli intervalli tra i successivi periodi di sonno REM si riducono gradualmente, mentre la durata degli episodi REM tende ad aumentare. Complessivamente la durata del sonno REM corrisponde a circa il 20-25% del tempo che un soggetto giovane adulto passa dormendo. Lo stadio 2 del sonno a onde lente occupa circa la metà del tempo totale di sonno, mentre gli stadi 3 e 4 del sonno a onde lente ne occupano circa il 15%. Gli stadi a onde lente più profondo (stadi3 e 4) compaiono principalmente nella prima metà del periodo di sonno. Gli stadi a onde lente più superficiale e i periodi più lunghi di sonno REM compaiono elettivamente nelle seconda metà del periodo di sonno e, quindi, nelle prime ore del mattino sono di norma caratterizzati da risvegli più frequenti. La privazione selettiva del sonno REM provoca un successivo prolungamento della durata delle sue fasi. L’effetto principale della privazione del sonno REM è costituito da una considerevole modificazione degli stadi del sonno che si instaura quando ai soggetti è consentito di dormire senza interruzione. La riduzione del sonno REM per parecchie notti è seguita da un inizio più precoce e da un considerevole aumento della sua durata e della sua frequenza. Più prolungata è stata la privazione, maggiore e più lunga sarà la durata del successivo sonno REM. L’esistenza di un meccanismo attivo di compensazione che consente il recupero del sonno REM perso o soppresso. Questo cosa suggerisce? che questo tipo di sonno sia importante dal punto di vista fisiologico e conferma anche l’opinione corrente che i sogni soddisfano qualche importante necessità, per quanto il fine del sogno rimanga in larga misura da definire. Questa mia breve disamina storica della concezione del sonno mostra come si sia passati dal considerarlo una sorta di morte temporanea, con significati mistici legati alla cultura del sogno quale via privilegiata di accesso a luoghi misteriosi della mente, al sonno come processo attivo e regolatore endogeno fondamentale per la sopravvivenza. Inoltre le evidenze prodotte da studi più recenti, oggi suggeriscono di superare la dicotomia tra sonno REM e NREM, la quale si giustificava oltre che sulle sopradescritte differenze elettroencefalografiche anche sulla sperimentazione dell’attività onirica, fenomenologicamente attribuita alla fase REM. Nelle ricerche, infatti,si fa più genericamente riferimento all’attività mentale durante il sonno (Mental of Sleep Activity: MSA). Perché? Per quanto la psicofisiologia abbia individuato quella fase del sonno in cui è più probabile che un soggetto, se svegliato, racconti un sogno, supporre un preciso contesto generativo dell’esperienza onirica appare riduttivo (Salzarulo et al., 1973). Supporrebbe infatti un isomorfismo tra cervello e mente, operando un determinismo per cui lo stato fisiologico del sonno viene considerata l’unica variabile che incide sulle caratteristiche dell’attività mentale durante il sonno (rif.4)

E’ possibile cogliere anche le funzioni dell’attività onirica, indipendentemente dal quadro fisiologico in cui si presentano. La letteratura in questo annovera alcuni modelli:

  • Sogno con funzione di riattivazione e consolidamento di elementi incontrati in precedenti esperienze di veglia ; (rif.:2,11,12,13)
  • Sogno con funzione di regolazione emozionale, nei termini in cui le emozioni negative realisticamente rappresentate nei sogni forniscono una simulazione della minaccia e, dunque, una prova generale delle situazioni stressanti (Revonsuo, 2000; Valli et al., 2005).

Fu Foulkes nel 1962 a revisionare il paradigma dicotomico REM-NREM, fornendo dei risultati che misero in discussione l’equazione “sonno REM = sogno”. Indagando l’origine dei sogni, provocò risvegli sperimentali nelle fasi di transizione tra sonno NREM e REM e in tempi diversi dall’inizio di quest’ultimo, in linea con l’approccio psicofisiologico classico. Diversamente da quanto riscontrato negli studi precedenti, Foulkes raccolse resoconti dell’attività mentale durante il sonno anche in seguito a risvegli NREM e l’unica differenza tra le diverse ricerche consisteva nella formulazione della domanda posta ai soggetti sperimentali dopo il risveglio. Il gruppo di lavoro di Kleitman, per esempio, era solito domandare “hai sognato?”, domanda che Foulkes ha sostituito con “stavi pensando qualcosa?”. I risultati ottenuti confermarono l’intuizione: alla domanda formulata nel secondo modo seguirono più frequentemente risposte affermative in seguito a risvegli NREM (Foulkes, 1962).  La dicotomia tra REM e NREM iniziò così a essere meno marcata e molti autori concordarono sul fatto che tra l’ attività mentale durante il sonno riportata nella fase REM e quella raccolta negli altri stadi del sonno vi siano solo differenze qualitative: la prima, infatti, rispetto alla seconda, è più ricca di contenuti visivi irreali e vivaci, e quindi più vicina al concetto comune di sogno (rif.: 5,6,1,7). Quello che avviene in senso fisiologico e fenomenologico conferma che il sonno svolge l’importante funzione di elaborazione dell’esperienza oltre a consentire la conservazione dell’energia, la regolazione della temperatura corporea, le funzioni immunitarie (rif.:10).

La medicina del sonno a oggi produce evidenze tese a mostrare il ruolo svolto dal sonno nella protezione della salute psicofisica. Lo si è visto negli studi che hanno mostrato come nel sonno si identifichi un marcatore per la malattia di Alzheimer (in questo rimando il lettore al mio articolo: http://www.menteecervello.it/disturbi-del-sonno-nel-morbo-di-alzheimer/)

Bibliografia

  1. Aserinsky E., Kleitman N.  Regularly occurring periods of eye motility and concurrent phenomena during sleep.  Science 1953; 118: 273-274.
  2. Cipolli C., Fagioli I., Mazzetti M. e Tuozzi G. Incorporation of presleep stimuli into dream contents: Evidence for a consolidation effect on declarative knowledge during REM sleep?
  3. Dement, W. And Kleitman, N.(1957). Cyclic variationsin EEG during sleep and their relations to eye movements,body motility and dreaming. Elettroencephalogr. Clin. Neurophysiol.pp :673-690.
  1. Fagioli I. Mental activity during sleep. Sleep Medicine Reviews, 2002; 6: 307–320.
  2. Foulkes D.  Dream reports from different stages of sleep.  J. Abn. Soc. Psychol. 1962; 65:
  3. Foulkes D., Schmidt M.  Temporal sequence and unit composition in dream reports from different stages of sleep.  Sleep 1983; 6: 265-280
  4. Hobson J.A., Pace-Schott E.F., Stickgold R. Dreaming and the brain: Toward a cognitive neuroscience of conscious states.  Behavioral and Brain Sciences, 2000; 23(6): 793-842, (discussion 904-1121).
  5. Horne, J. A. (1988). Why We Sleep: The Functions of Sleep in Human and Other Mammals. Oxford: Oxford University Press.
    1. Journal of Sleep Research, 2004; 13(4), 317–326.
  6. Kandel, E.R., Schwartz, J.H. & Jessell, T.M. (1991). Principles of neural science. (3rd edition). Elsevier Science. [Trad. It. Principi di neuroscienze. Milano: Ambrosiana.1994].
  7. Morin, C. M., Espie, C. (2003). Insomnia. A Clinical Guide to Assessment and Treatment. New York: Kluwer Academic (Tr. it. Insonnia. Guida alla valutazione e all’intervento psicologico. Milano: McGraw-Hill, 2004).
  1. Schwartz S. Life goes on in dreams. Sleep, 2010; 33(1), 15–16.
  2. Wamsley E.J. e Antrobus J.S. The expression of trace conditioning during non-REM sleep and its relation to subjective experience. Neurobiology of Learning and Memory, 2009.
  3. Wamsley E.J., Perry K., Djonlagic I., Reaven L.B. e Stickgold R. Cognitive replay of visuomotor learning at sleep onset: Temporal dynamics and relationship to task performance. Sleep, 2010; 33(1), 59-68

Porterò nella tomba il mio segreto

Caro psicoterapeuta,

Sono un uomo di 65 anni, sono gay ma non l’ho mai ammesso con nessuno. I miei amici probabilmente lo sospettano ma non ne abbiamo mai discusso e nel corso degli anni mi sono segretamente innamorato di amici eterosessuali. Ora sono di nuovo infatuato, questa volta del mio capo. È separato dalla sua compagna e penso a lui costantemente, anche quando provo a tenermi occupato. So che se non gli dirò nulla il mio sentimento si placherà e rimarremo amici. Probabilmente porterò nella tomba il segreto sulla mia sessualità e mi duole il cuore. Ho finto per tanto tempo ma quale beneficio avrebbero il mio capo, mia madre o i miei amici nel conoscere la verità? Anonimo

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Caro Anonimo,

Condividere il tuo segreto con me è già un significativo cambiamento di direzione rispetto al modo in cui hai gestito il tuo dilemma in passato.

Alcune persone negano il proprio vero sé impedendone lo sviluppo.  Molte persone nascondono la verità su se stesse per paura di essere allontanati dagli altri; eppure con le persone significative accade esattamente il contrario.; se permetti alle persone di vederti veramente, saranno maggiormente attratte da te.

Il principale vantaggio che otterrai dal tuo coming-out è l’uscita dalla solitudine:

  • 1. sarai libero di iniziare relazioni con uomini disponibili (forse è proprio per assicurarti che tu non possa essere ricambiato – ossia che il tuo vero sé negato rimanga sotto controllo – che oggi scegli spesso uomini già in una relazione e eterosessuali)
  • 2. I tuoi amici ti conosceranno a un livello più profondo e probabilmente si sentiranno più vicini a te;
  • 3. Anche tua madre potrebbe anche provare grande sollievo e soddisfazione dallo scoprirti risolto e felice;

Inoltre, identificherai le persone che meritano il tuo tempo, perché chi ti vuole bene vuole che tu sia felice. Se preferisci, potrai rivelare il tuo segreto iniziando dalla persona di cui ti fidi di più; scoprirai che non ti importerà ciò che diranno o faranno le altre persone.

La buona notizia è che questa lettera è già la chiave. Usala per liberarti.

Liberamente tratto dalla rubrica letteraria di Lori Gottlieb sulla rivista The Atlantic.

Per la versione integrale:
https://www.theatlantic.com/family/archive/2019/11/no-one-knows-im-gay-should-i-tell-people-now/602500/

Questo articolo ha unicamente scopi informativi e non sostituisce la consulenza, la diagnosi o il trattamento professionale. Rivolgiti ad un professionista della salute mentale o di un altro operatore sanitario qualificato per qualsiasi domanda.

Aiuto, la mamma è bipolare

Autore  D.ssa Nicole Venturini


La malattia mentale spiegata ai bambini
“Se la mia mamma è sempre triste forse ho fatto qualcosa di sbagliato?”
Vivere accanto ad una persona con una malattia mentale non è facile. Se poi questa persona è la mamma o il papà, allora diventa ancora più complicato. Ansia, depressione e altri problemi di salute mentale hanno un profondo effetto sui figli che inevitabilmente assorbono l’angoscia del genitore senza rendersene conto. Oggi sappiamo bene che i bambini capiscono tutto e percepiscono perfettamente l’umore di chi gli sta intorno. Potrebbero allora essere spaventati, confusi e pensare anche di essere loro i responsabili per il comportamento del genitore.
Sebbene il compito non sia facile, è importante affrontare la questione e parlarne per ridurre la confusione e aiutare i bambini a conoscere e comprendere la malattia e i suoi sintomi in modo che possano affrontarla meglio. Per fortuna arriva in soccorso un simpatico e valido aiuto.

“Si può dire…” – un libro per parlare con i bambini di ansia, depressione, stress e traumi, è un agile libro di Karen Glistrup, illustrato da Pia Olsen e tradotto in italiano da Francesca Tasselli, che affronta il tema della malattia mentale a misura di bambino.
Nelle pagine vengono spiegati i comportamenti del genitore, che spesso sono incomprensibili per il figlio e di cui può sentirsi in qualche modo responsabile.
Il libretto è pensato per le varie età ed è un utile strumento sia per parlare con i più grandi che già frequentano la scuola ma anche con i più piccini, grazie alla presenza di disegni e fumetti. Contiene suggerimenti per consentire all’adulto di iniziare la delicata conversazione, rispondendo anche alle domande e ai dubbi dei bambini.
Affrontare la questione è l’occasione di coinvolgere i figli, rendendoli partecipi del proprio mondo interiore e dando loro la possibilità di esternare le emozioni e i sentimenti che possono provare quando mamma o papà stanno male, dando voce alla propria sofferenza, alle proprie paure, al senso di colpa per creare un legame ancor più stretto con loro.

Per scaricare il libro gratuitamente, clicca qui:

http://karenglistrup.dk/files/4414/4865/4784/si_puo_dire_samlet_e-bog_120.pdf

LA CONSULTAZIONE SESSUOLOGICA

Vivere la propria sessualità in modo appagante richiede tempo, conoscenza del proprio corpo (e dell’altro), lasciarsi andare, potenziale autostima, immagine positiva del corpo e abilità che passano attraverso “l’apprendimento”.

Questo apprendimento può essere fatto attraverso la propria scoperta nel corso degli anni e/o le relazioni sessuali. 

A volte l’aiuto di un professionista può essere utile per un accompagnamento sui percorsi, non sempre semplici, della vita affettiva e sessuale. 

Un sessuologo ti offre uno spazio di ascolto senza tabù o pregiudizio per accrescere e sviluppare la tua sessualità

Consultazione sessuologica: Per chi?

Tutti: uomo o donna, di tutte le età (dall’adolescenza) e qualsiasi orientamento. 

Da soli e/o in coppia.

Consultazione sessuologica: Per cosa?

  • In caso di eiaculazione precoce, disfunzione erettile, eiaculazione difficile, vaginismo (impossibilità di penetrazione), dispareunia (dolore durante il rapporto sessuale), desiderio sessuale ipoattivo (disturbo della libido), anorgasmia (assenza di orgasmo), disturbi del piacere, …
  • Quando vuoi ottenere risposte alle tue domande nel campo della vita emotiva e sessuale.
  • Quando vuoi affrontare il problema del tuo orientamento sessuale e / o identità di genere.
  • Quando vuoi capire meglio i meccanismi della sessualità per sentirti in armonia con il tuo corpo.
  • Quando fai domande sulla “normalità” sessuale (frequenza di rapporti sessuali, pratiche sessuali, fantasie, …)
  • Quando stai attraversando un periodo di vita che potrebbe influenzare la tua sessualità come la gravidanza, l’arrivo di un bambino, una “crisi” di una coppia, la menopausa, l’invecchiamento, …
  • Quando devi affrontare una disabilità che potrebbe avere un impatto sulla tua sessualità.
  • Quando la pornografia occupa tutti i tuoi pensieri e / o soffri di dipendenza sessuale.

CONCRETEMENTE: Dopo una prima sessione, di indagine della tua richiesta, il sessuologo ti proporrà modi, strumenti concreti per migliorare la tua vita emotiva e sessuale.  Le sessioni possono anche rispondere alle tue domande o aiutarti a capire meglio il comportamento maschile e femminile nel dominio intimo.

Dott. Nicola calabrese

Il GAY PRIDE è importante anche per psicologi e psicoterapeuti

Giugno viene celebrato da molti come il mese dell’orgoglio LGBT+  e ora più che mai apopare importante ricordare che la marcia del Pride fu istituita nel 1970 all’interno del movimento di resistenza alla patologizzazione dell’orientamento sessuale, oltre che a razzismo, criminalizzazione, transfobia e omofobia,

Alex Iantaffi, terapeuta affiliato all’ American Association for Marriage and Family Therapists, ci ricorda che proprio durante gli eventi del mese di giugno molte persone trans e queer possono trovare sicurezza, accettazione e senso di comunità. Per molti individui e famiglie la marcia del PRIDE è infatti un evento da vivere insieme per celebrare la sopravvivenza al rifiuto e all’incomprensione subiti da parte della comunità e delle famiglie di origine; un momento dove riuscire a riconoscere di non essere soli. Il PRIDE riguarda infatti la celebrazione delle naturali ed essenziali diversità nell’identità di genere, ruolo e orientamento sessuale.

Come psicologi sappiamo quanto le famiglie, le relazioni e il senso di appartenenza alla comunità risultino essenziali per il benessere delle persone. Dagli studi di ricerca sappiamo ad esempio come il sostegno familiare risulti fattore protettivo per i giovani trans, non binari e queer .

Le nostre comunità prosperano quando celebrano la diversità di genere e di orientamento sessuale e noi, come psicologi professionisti, abbiamo una responsabilità nella sopravvivenza, resilienza, sostegno e celebrazione delle persone LGBT+, in linea con il nostro codice etico e con il nostro impegno per la salute comunità.

Non dimentichiamo che la prima marcia del Pride fu istituita negli Stati Uniti grazie al coraggio di Brenda Howard, una donna conosciuta come la “Madre del Pride” che ha  coordinato la Christopher Street Liberation Day March per commemorare il primo anniversario della rivolta Stonewall Riots, avvenuta il 28 giugno 1969. Questi scontri furono invece guidati da donne trans come Sylvia Rivera e Marsha P. Johnson – stanche di essere presi di mira e criminalizzate dalla polizia a causa della loro razza, etnia, genere e sessualità.

Dott. Gian Paolo Baronchelli

Per maggiori info:

https://blog.aamft.org/2019/06/why-pride-matters-for-marriage-and-family-therapists.html

OTTO CONSIGLI PER ESSERE UN GENITORE EFFICACE

All’ interno di una guida pratica realizzata dal VA South Central (VISN 16) Mental Illness Research, Education and Clinical Center (MIRECC) negli Stati Uniti del 2015, rivolta a genitori affetti da disturbo post-traumatico da stress (PTSD), sono contenuti utili suggerimenti sulla genitorialità applicabili a tutte le famiglie:

1. DEDICA TEMPO E ENERGIA A RAFFORZARE LA RELAZIONE CON I TUOI FIGLI

  • Trascorri qualche minuto di tempo ogni giorno con ciascuno dei tuoi figli, anche quando ti senti già impegnato in altro. Scegli un’attività che ti piace fare insieme a loro, leggete un libro, andate in bicicletta o divertitevi a un gioco da tavolo. Pensa ad attività che vi sono piaciute in passato o che potreste fare insieme ora.
  • Rifletti sui modi possibili di supportare i punti di forza dei tuoi figli. Se tuo figlio ama la matematica potresti giocare con lui a giochi di logica.

2. MANTIENI UNA ROUTINE E DEI RITUALI FAMILIARI REGOLARI.

  • Sai che in genere i bambini vengono confortati da orari prevedibili e sono desiderosi di svolgere attività familiari? Sviluppa rituali e routine efficaci per la tua famiglia. Alcune famiglie coinvolgono i bambini nella colazione del sabato mattina; altre si impegnano in attività spirituali o religiose; alcune seguono una routine standardizzata prima di coricarsi.

3. PARTECIPA ALLE ATTIVITÀ DEI TUOI FIGLI

  • Anche se ti trovi a lottare contro grandi sofferenze come la depressione, l’ansia o i sintomi post-traumatici, cerca di partecipare alle attività dei tuoi bambini, sia in casa che nella comunità. Essere presenti alle attività dei propri figli può significare molto per loro e può farci sentire bene come genitori.

4. SFORZATI DI DARE E RICEVERE AMORE QUANDO INTERAGISCI CON I TUOI FIGLI.

  • Spiega ai tuoi figli quanto sono speciali per te, ogni giorno. Tessi le loro lodi, ricorda loro i punti di forza e i loro talenti,ricordagli che li ami e donagli abbracci e coccole. Anche se a te potrebbe sembrare imbarazzante o innaturale, i tuoi figli apprezzeranno molto le tue espressioni d’amore.
  • Permetti a te stesso di godere dell’amore e delle espressioni di affetto dei tuoi figli, anche quando ti risulta difficile.La maggior parte dei bambini è naturalmente a proprio agio nel dare e ricevere amore, anche tu puoi diventare come loro allenandoti.

5. CHIEDI SCUSA

  • Tutti i genitori possono perdere la pazienza coni proprio figli, ma per fortuna la maggior parte dei bambini risulta piuttosto indulgente. I genitori con PTSD, in particolare, possono provare molta rabbia e senso di colpa.
  • Dopo esserti calmato, scusati con i tuoi figli per il modo in cui hai gestito la situazione. Chiariscigli che ti stai impegnando nella gestione delle tue emozioni e che non hai intenzione di ferirli. Potrebbe esservi utile trascorrere del tempo di qualità insieme (come giocare, fare una passeggiata o un approfittare di hobby insieme).

6. EVITA DI CONSIDERARE COME PERSONALI LE AZIONI DEI TUOI FIGLI

  • Alcuni genitori con PTSD possono erroneamente ritenere che i propri figli mettano in atto comportamenti atti ad infastidirli di proposito. Sapendo che i bambini possono dimenticare le istruzioni avute e talvolta il rispetto delle regole, i genitori possono allenarsi a cambiare le proprie reazioni automatiche, arrivando ad accettare il comportamento scorretto dei figli semplicemente come un aspetto dell’infanzia e dell’ adolescenza, da utilizzarsi a fini educativi.

7. PRENDITI CURA DI TE STESSO

Una delle cose migliori da fare per i tuoi figli è prenderti cura della tua mente, del tuo corpo e del tuo spirito. In particolare, potresti:

• Prenderti del tempo per un regolare esercizio fisico;

• Nutrirti seguendo una una dieta equilibrata, limitando l’uso di alcool.

• Cercare di dormire in modo adeguato (7-8 ore per notte).

• Praticare metodi di regolazione delle emozioni, come tecniche di rilassamento, respirazione profonda, preghiere, meditazione o yoga.

• Rimanere in contatto con amici e familiari che possano supportarti. Cerca di passare del tempo di qualità insieme a loro, anche solo per una breve chiacchierata o un caffè.

• Impegnati nelle tue attività preferite, recupera un hobby che non segui da molti anni. Qualunque cosa tu faccia, assicurati di avere attorno persone che ti amano e possano supportarti nella tua genitorialità.

8. SE NECESSARIO, RIVOLGITI ALL’ ASSISTENZA SANITARIA MENTALE

  • Se cerchi aiuto per te stesso sei sicuramente coraggioso e un buon genitore perché, oltre a migliorarti potrai essere un buon modello per il tuoi figli. Potresti anche decidere di coinvolgere i tuoi figli in terapie familiari o in lezioni. Parla con professionisti delle tue sfide da genitore, soprattutto se soffri di PTSD. Chiedigli consigli sulle risorse informative accessibili (libri, siti Web e app)

Informazioni più dettagliate possono essere ottenute da queste pubblicazioni:

  • Daddy’s Home. Carolina Nadel. (picture book to read to small children).
  • Sparrow. Dorinda Silver Williams. (board book for young children).
  • Why is Dad so Mad? Seth Castle. (ages 4-8).

La guida originale è disponibile sul sito del South Central MIRECC: http://www.mirecc.va.gov/visn16/ClinicalEducationProducts.asp

BAMBINI CON IDENTITÀ DI GENERE DISCORDANTE

Premesso che dagli anni ’70 l’omosessualità non è più considerata un disturbo mentale in ambito psichiatrico e psicologico; il riferimento scientifico attuale sulle varianti della sessualità, nei suoi aspetti correlati al genere e all’identità ,si fonda sul MODELLO TRIPARTITO  DELLA PSICOSESSUALITÀ di Zucker e Bradley (1995), che prevede concetti distinti per

  • Identità di genere
  • Ruolo di genere
  • Orientamento sessuale

(puoi leggere un articolo su questo argomento nel nostro blog)

La discordanza tra l’identità di genere (la consapevolezza della propria appartenenza all’uno o all’altro sesso) e il proprio sesso (assegnato alla nascita) può emergere già dall’infanzia e comportare una sofferenza denominata disforia di genere o disturbo dell’identità di genere (DIG) dal più influente manuale statistico psichiatrico in vigore, il DSM-5.

Va specificato che nei bambini, già impegnati in processi di sviluppo fisico e psicologico, c’è una grande variabilità d’esito del GID: solo alcuni dei bambini con GID diventeranno adulti transessuali o omosessuali, mentre alcuni svilupperanno un orientamento eterosessuale.

Già dai 5 o 6 anni i bambini percepiscono l’ambiguità sessuale come un problema: imparando così ad assumere identità legate al genere spesso rigide; ma i comportamenti e sintomi tipici del GID, tra cui l’ interesse per abiti del sesso opposto, possono essere evidenti già tra i 2 e i 4 anni;

  1.  

 

Sulla base della classificazione proposta dagli psicologi Zucker e Bradley (1995) ci sarebbero quattro tipologie di disturbo dell’identità di genere (DIG) nell’età dello sviluppo:

  1. bambini che presentano un episodio acuto che si risolve una volta rimossa la causa scatenante riconducibile a stress per specifici eventi di vita (nascita di un fratellino dell’altro sesso, insuccessi presso il gruppo dei pari dello stesso sesso).
  2. bambini che occasionalmente indossano biancheria intima del sesso opposto ma per il resto si comportano conformemente al proprio sesso di appartenenza.
  3. bambini che mostrano un persistente e profondo senso di inadeguatezza che porta a una negativa valutazione di sé, in assenza di interesse specifico per comportamenti propri dell’altro sesso .
  4. bambini ermafroditi.

Mentre lo psicologo Di Ceglie  (1998) ritiene che i modi di vestirsi di questi bambini, l’uso di giocattoli e di giochi di ruolo, le relazioni con i coetanei, i manierismi e il tono di voce,  la disforia anatomica e i giochi aggressivi siano la manifestazione di una organizzazione psicologica con tratti atipici: la AGIO (Atipical Gender Identity Organization) e non di un GID (Gender Identity Disorder).

Nel lavoro clinico risulta comunque sempre necessario considerare fattori e dinamiche intrapsichiche, familiari e sociali individuali, indagando i vissuti e le elaborazioni della persona.

COS’È L’OMOFOBIA INTERIORIZZATA?

COS’È L’OMOFOBIA INTERIORIZZATA?

Se l’omosessualità non è una malattia mentale (derubricata negli anni ’70 dal più influente manuale statistico psichiatrico – il DSM), come viene considerata l’omofobia in ambito psicologico?

Il termine “omofobia” fa riferimento, secondo lo psicanalista George Weinberg, alla paura sottostante le reazioni negative nei confronti di persone omosessuali, che pare associata a paura del contagio.  Poiché questa reazione non coinvolge solo la paura ma anche le emozioni di disgusto, rabbia e ansia, gli si preferisce però spesso il termine “omonegatività”.

Questa paura, favorita dall’ “Eterosessismo” del sistema sociale e culturale occidentale in cui l’eterosessualità è assunta come unica variante naturale della sessualità, implica stereotipi, pregiudizi, discriminazioni, stigma e violenza verso le persone omosessuali.

Tra gli stereotipi più diffusi riguardo all’omosessualità emergono:

  1. La non conformità al ruolo di genere (es. i gay sono effeminati, amano la cucina, le lesbiche sono maschiacci, giocano a calcio e non sono materne ecc.)
  2. Lo status e la posizione sociale (es. i gay sono deboli, soli, problematici o al contrario sono “una potente lobby” ecc.)
  1. Le modalità relazionali e di coppia (i gay circuiscono gli eterosessuali, hanno relazioni promiscue; le lesbiche hanno una sessualità immatura, ruoli attivi e ruoli passivi, essere gay è di moda ecc.). Alcuni esempi sono; la tendenza a definirne la qualità del rapporto di coppia utilizzando il criterio di longevità; l’abitudine ad estrapolare la relazione omosessuale dal contesto di appartenenza e a considerare la relazione di coppia omosessuale di valore inferiore a quella eterosessuale.
  2. Le cause dell’omosessualità e la sua natura deviante e anormale (traumi infantili, madri e padri assenti o troppo presenti, ed. sessuale scorretta, gay rapporto sbagliato col femminile e lesbiche col maschile, parafilie, pedofilia, stereotipo dell’omosessuale “pedofilo” ecc.)

Accade però spesso che un’analoga omofobia sia presente anche nelle persone omosessuali, comportando auto-invalidazione e auto-svalorizzazione:

L’AUTO-INVALIDAZIONE

  • L’interiorizzazione di significati negativi rispetto all’ omosessualità suscita emozioni di vergogna, colpa, rabbia e disgusto rispetto al sé omosessuale; compromettendo la consapevolezza della propria autostima e dell’immagine di sé come persona degna.”
  • L’incorporazione dello stigma sociale comporta una dissonanza cognitiva: la persona non riesce a conciliare i suoi desideri sessuali e affettivi con le credenze che ha appreso dal contesto sociale

L’ AUTO-SVALORIZZAZIONE

  • L’interiorizzazione della svalorizzazione prevede che la persona omosessuale  alimenti dentro sé un sistema di autodenigrazione e autosoppressione, impedendogli di immaginarsi con modi e fini altrettanto validi a quelli eterosessuali.

 

IL LAVORO PSICOLOGICO

Nel lavoro clinico “occorre una ricostruzione attenta, sempre individuale, contestualizzata e mai preventivamente “spiegata” da teorie o modelli, di come quel soggetto abbia costruito la propria autoconsapevolezza” (Rigliano, Ciliberto, Ferrari, 2012)

In particolare si procederà a comprendere i vissuti personali e le prospettive che derivano dall’ eventuale autosqualifica o insicurezza radicale su di sé e sul senso dell’esistenza.

Si faciliterà l’evoluzione del significato attribuito al suo essere-omosessuale, in quanto struttura costitutiva e non modificabile del proprio essere, cruciale per la progettazione della sua vita e per la sua felicità (APA, 2009)

Per affrontare l’omofobia interiorizzata potranno essere utilizzate strategie cognitiviste, tra cui (Sophie, 1984):

  1. La ristrutturazione cognitiva: esplorazione e decostruzione degli stereotipi negativi legati all’omosessualità
  2. L’approccio neutrale all’identità omosessuale: interiorizzazione del fatto che essere gay o lesbiche è una delle tante varianti date agli esseri umani
  3. La consapevolezza della propria identità sessuale: confronto con altri gay e lesbiche
  4. Il coming out: un processo progressivo di dichiarazione aperta della propria omosessualità rafforza l’autostima individuale e fornisce lo stimolo per affrontare in modo costruttivo la rimodulazione della propria personalità
  5. La frequentazione di altri gay e lesbiche
  6. L’abitudine all’omosessualità

Lo psicologo accompagnerà il cliente verso una personale attribuzione di significato della propria identità, aiutandolo a prendere confidenza con le proprie sensazioni e a costruire una rappresentazione di sé positiva alternativa a quella squalificante, liberandosi il più possibile dai conflitti interni.

Nei colloqui si cercherà di favorire il generarsi di risorse di resistenza e di resilienza che mettano l’individuo in grado di gestire la squalifica e la disconferma che gli derivano dall’interno e dall’esterno (APA, 2009)

(puoi leggere un articolo su l sostegno psicologico LGBT+ AFFIRMING nel nostro blog)

FACCIAMO CHIAREZZA SULLE VARIANTI DELLA SESSUALITÀ

In psicologia, il riferimento scientifico attuale sulle varianti della sessualità, negli aspetti correlati al genere e all’identità, si fonda sul MODELLO TRIPARTITO  DELLA PSICOSESSUALITÀ di Zucker e Bradley (1995), che prevede concetti distinti per

  1. Identità di genere
  2. Ruolo di genere
  3. Orientamento sessuale

Occorre innanzitutto quindi chiarire la differenza tra sesso e genere, emersa dal movimento Femminista degli anni ’60 del ventesimo secolo:  mentre il sesso è biologico (cromosomico, fenotipico), Il genere riguarda le differenze socialmente costruite fra i due sessi e i comportamenti considerati adeguati. Il genere attiene quindi alle rappresentazioni e alle aspettative sociali legate allo status di uomo o donna.

I tre aspetti del MODELLO TRIPARTITO  DELLA PSICOSESSUALITÀ:

  • L‘identità di genere è “la consapevolezza della propria appartenenza all’uno o all’altro sesso e della mescolanza all’interno di sé di tratti più propriamente maschili o femminili” (Stoller, 1968).
  • Il ruolo di genere è “ l’insieme dei comportamenti, asserzioni e sentimenti che identificano come uomo o come donna, al di là delle evidenze anatomiche” ( Money, 1955). Si tratta quindi di modelli costruiti dalla società relativi a comportamenti, doveri, responsabilità e aspettative. Gli stereotipi “maschile” e “femminile” riflettono ad esempio il consenso diffuso sui ruoli assegnati.
  • L’orientamento sessuale è invece la modalità di risposta della persona ai diversi stimoli sessuali. È la risposta di attrazione verso il sesso del proprio partner a definirci come eterosessuali, omosessuali o bisessuali.

Generalmente l’identità di genere, il ruolo di genere e l’orientamento sessuale sono concordanti. Tuttavia queste tre componenti, autonome e svincolate, sono rilevabili:

  • In termini temporali: i tre aspetti si definiscono e rimodulano in momenti diversi della crescita
  • In termini di continuum: il grado di incongruenza tra identità di genere e sesso è differenziato, dalla quasi totale incongruenza nei transessuali all’occasionale incogruenza nei travestiti.
  • In termini di rapporto tra le tre componenti (Dèttore, 2001):
  • persone con identità di genere congruente con il proprio sesso cromosomico e fenotipico e con orientamento eterosessuale, omosessuale, bisessuale o parafiliaco;
  • persone con identità di genere non congruente col proprio sesso cromosomico e fenotipico e con orientamento eterosessuale, omosessuale o bisessuale (persone con disturbo dell’identità di genere, transessuali o altre manifestazioni transgender)

nota: esistono anche persone con identità di genere non congruente con il proprio sesso cromosomico, ma congruente con il sesso fenotipico (es. casi di insensibilità agli androgeni o patologie ormonali) e persone con  identità di genere congruente con il proprio sesso cromosomico, ma non rispetto al sesso fenotipico e (es. con sindrome di Turner o di Klinefelter);

Attualmente si parla di gender fluidity intesa come “la capacità di diventare liberamente e consapevolmente uno o più generi per un tempo qualsiasi e per qualsivoglia numero di cambiamenti” (Bornstein, 1994) e di gender blending che indica la miscela del maschile col femminile (Devor, 1989).

 

IL LAVORO PSICOLOGICO

Premesso che i percorsi dell’identità di genere non sono ancora scientificamente chiari, i punti di accordo tra le diverse teorie indicano la presenza di:

  • una predisposizione biologica fondata su effetti ormonali, aspetti temperamentali, o particolari organizzazioni cerebrali.
  • Caratteristiche individuali che si sviluppano nel corso della storia di vita
  • l’influenza dell’ambiente esterno

Questi fattori, nella loro interazione, conducono alla costruzione di parti dell’identità di sé ma potrebbero arrivare a dare esito a disturbi dell’identità sessuale o ad alcune patologie.

Nel lavoro clinico risulta necessario considerare fattori e dinamiche intrapsichiche, familiari e sociali individuali, indagando i vissuti e le elaborazioni della persona.  “Occorre una ricostruzione attenta, sempre individuale, contestualizzata e mai preventivamente “spiegata” da teorie o modelli, di come quel soggetto abbia costruito la propria autoconsapevolezza” (Rigliano, Ciliberto, Ferrari, 2012)


Dott. Gian Paolo Baronchelli